Si tratta di un dialogo: Muzio Quinto scevola ricorda la conversazione co Lelio avvenuta pochi giorni dopo la morte di Scipione Africano, poi cicerone presenta il dialogo in forma narrativa e fa parlare i personaggi, Laelius, Scevola e Fannio.
Nel mondo romano l'amicizia era un legame di solidarietà che
presupponeva una forma di collaborazione e assistenza reciproca
finalizzata alla salvaguardia di interessi comuni; essa aveva pertanto una
forte connotazione "politica" quando coinvolgeva esponenti della classe
dirigente o comunque appartenenti allo stesso gruppo sociale: ciò spiega
l'attenzione di C. per un tema in apparenza così specifico e marginale
dell'etica.
Tra i principali scopi dell'opera vi è, infatti, quello di ridefinire l'amicizia
come vincolo che unisce esclusivamente i boni (gli individui onesti, ma
anche economicamente agiati, nell'ottica ciceroniana), fondato sull'affetto e
sulla stima reciproca, nonché sulla condivisione dei medesimi valori e
delle medesime vedute.
L'amicizia appare dunque il risvolto privato di quel consensus omnium bonorum
che C. cercò di realizzare durante tutta la sua carriera politica.
Sebbene il Laelius si presenti come una discussione "alla buona", lontana dalle
sottigliezze dei dotti, esso dimostra un ricco retroterra filosofico (come tutte
le opere ciceroniane). La fonte principale è rappresentata dal medesimo
scritto di Panezio a cui è ispirato il De officis, ma si possono cogliere
richiami, ad esempio, anche ad Aristotele per ciò che riguarda la concezione
dell'uomo come essere sociale e dell'amicizia come rapporto disinteressato.
Per quanto riguarda il tema dell'opera, le tesi di Lelio possono essere così riassunte: l'amicizia è un legame "naturale", poiché l'uomo è per natura un essere sociale, ed è più solido di altri vincoli perché si basa sull'affetto, senza il quale non può sussistere; essa ha un fondamento etico perché può dirsi tale solo se riguarda gli uomini onesti. Nel definire l'onestà Lelio rifiuta la tesi stoica, secondo la quale è virtuoso solo il perfetto sapiente e indica come modelli esemplari di saggezza tre personaggi realmente esistiti che hanno incarnato, a giudizio di tutti, le virtù contemplate nel mos maiorum (fides, integritas, aequalitas, liberalitas e constantia). Al genere del dialogo sono riconducibili i riferimenti alla prima persona singolare e alla seconda plurale (ossia al personaggio che parla e ai suoi interlocutori), che drammatizzano e vivacizzano la trattazione filosofica riconducendola entro l'orizzonte dell'esperienza personale e concreta dei personaggi. Sono numerose anche le espressioni colloquiali, come le interrogative dirette, le locuzioni proverbiali e tipiche del sermo cotidianus. C. utilizza alcuni termini del lessico filosofico, ma, coerentemente all'intento divulgativo che si propone, evita di introdurre concetti e vocaboli tecnici, di difficile comprensione per chi abbia poca pratica di letture filosofiche.
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